domenica 20 agosto 2017

XX DOMENICA T.O. – (ANNO A)

Is 56,1.6-7   Rm 11,13-15.29-32         Mt 15,21-28
OMELIA
La grandezza della gloria di Dio ricolma di storia autentica ogni uomo perché ogni uomo è chiamato a entrare nella gloria di Dio, pregustandone la luminosità.

E’ quello che Gesù questa mattina ci vuol regalare perché egli vuole che noi apriamo i nostri orizzonti a quella eternità beata nella quale ogni uomo di qualunque provenienza sia, qualunque sia la sua storicità, è chiamato ad entrare.

In questo grande e universale orizzonte che sia il profeta Isaia, che Paolo, ci offrono, si inserisce l'episodio di questa donna straniera che ci insegna il metodo attraverso il quale accedere a questa esperienza di gloria per essere veramente trasfigurati.

In questa donna emergono due caratteristiche che ci illuminano e ci guidano in questo cammino verso il mistero della gloria: una intensità di fede che diventa una supplica inesauribile, due atteggiamenti fondamentali che si richiamano reciprocamente e che ci fanno intuire che l'accesso all'evento della nostra trasfigurazione gloriosa passa anche attraverso questi due sentimenti.

Innanzitutto quella donna si pone davanti a Gesù, evidenziando la pregnanza della sua fede: “Signore, figlio di Davide!” dove questa esperienza di fede nasce dal fatto che Gesù l'ha conquistata. Non è l'uomo che pone l'atto di fede, ma è il fascino di Gesù che entra nella persona e la determina nei suoi effettivi comportamenti. Se la fede, che diventa credere, è l'essere conquistati da Dio, è chiaro che questa fede è nient'altro che un itinerario di restituzione a Dio delle meraviglie che Dio opera nel cuore dell'uomo. Quella donna s'è lasciata conquistare! Se non si fosse lasciata conquistare non comprenderemmo l'insistenza della sua supplica perché la fede è la forza dello spirito nelle complessità dell'esistenza quotidiana. Se è vero che ogni uomo nelle drammaticità dell'esistenza è una semplice ed effettiva supplica al divino, nell'ambito del cammino cristiano è il Cristo che conquista talmente l'uomo, da renderlo capace di gridare questa dinamica credente. La fede è la potenza creatrice di Dio che genera in noi un intenso dialogo con il mistero. E' la verità che soggiace alla dinamica della fede che si trasforma in supplica.

In certo qual modo è la potenza di Dio che entra nell'uomo, che si riconosce drammaticamente povero, e gli dà la capacità e l'intensità del gridare. Qui intravediamo un “gridare” che va al di là delle situazioni storiche, poiché è una supplica che si richiama alla fedeltà di Dio espressa nella formula "Figlio di Davide". Infatti, se guardiamo attentamente il racconto dell'evangelista, egli ci pone dinanzi tre motivi di sordità nonostante i quali la donna nella potenza della fede non smette di supplicare.

Davanti alla sua supplica

·        Gesù non le dà retta.

·        I discepoli sono nell'atteggiamento di accontentare la donna per essere tranquilli, quindi sostanzialmente c'è la sordità all'accoglienza vera da parte dei discepoli.

·        Gesù si rifiuta di fare il miracolo perché è stato mandato alle pecore perdute d'Israele.

In certo qual modo sono tre atteggiamenti che potrebbero indurre la donna a rinunciare alla supplica, ma la fede è anche ostinazione: è il cuore di una mamma che per amore alla figlia tenta tutto nella potenza del suo affidamento a Gesù.

Abbiamo notato la bellezza del dialogo tra Gesù e la donna. Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. E' vero Signore, disse la donna, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Quella donna davanti a Gesù che le si mostra assente davanti alla sua richiesta, trova la bellezza dell'immagine del cagnolino che mangia le briciole. La bellezza della fede è creatività immaginativa e allora la supplica è nient'altro che il coraggio dell'uomo di non lasciarsi mai bloccare dalle situazioni storiche. Il fatto che ci siano tre momenti negativi è perché la supplica deve essere infinita. L'uomo non deve mai cessare di gridare perché la fede porta l'unificazione, la fede porta alla esperienza della presenza dell'altro, la fede dice sicurezza di esaudimento. In questo noi riscopriamo come l'universalità della salvezza nasca da portare l'uomo a porre questo atto di fede attraverso il gridare la propria povertà e, quando l'uomo grida la sua povertà davanti alla fedeltà messianica di Gesù, ha la certezza che sarà veramente esaudito. Ecco allora che il testo evangelico ci pone dinanzi ad una beatitudine che dovrebbe aiutarci nel cammino della vita, nonostante le nostre povertà e deficienze: “Donna, grande è la tua fede, avvenga per te come desideri!”

Quella donna si è lasciata talmente conquistare da Gesù, ha vissuto il suo dramma in Gesù e con Gesù, e Gesù la esaudisce.

La grandezza dell'uomo è quella di lasciarsi conquistare da Gesù e quando l'uomo si lascia conquistare da Gesù pone in modo immediato e coraggioso la propria fede, che s'incarna nella supplica.

In questo noi abbiamo la certezza che saremo sempre accolti. Il Signore non vuole da noi tanti atteggiamenti eroici, vuole semplicemente che ci lasciamo vibrare interiormente dalla sua presenza gridando con coraggio tutta la nostra fede, e il Signore, che è il Signore del cuore, e che è operante nel cuore dell'uomo, a modo suo, compie le sue meraviglie. Ogni desiderio presente in noi nasce da Gesù creativo in noi, dalla sua bontà e benevolenza. E’ quello che in modo meraviglioso ha detto Paolo: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per essere misericordioso verso tutti”. La fede ricca di supplica è vivere la creatività di Dio. L'importante è non chiedere mai al Signore: come, quando, perché, perché allora non è più la fede libera e liberante, ma è una fede contrattuale. Dobbiamo entrare in questa semplicità: il Signore è sempre in noi.

La bellezza della fede è maturare giorno per giorno in questa certezza che lui non delude, e poi dire come Gesù stesso “nelle tue mani consegno il mio spirito”. Quando la nostra esistenza è consegnata nelle sue mani noi possiamo camminare in novità di vita.

E’ l'eucaristia che stiamo celebrando. Cos'è l'eucaristia se non un gridare la fede nella supplica?

Noi spesse volte quando andiamo all'eucarestia corriamo il grosso rischio di vedere tutto come un fatto ovvio e meccanico. La bellezza dell'eucaristia è gridare la fede, è regalare la nostra quotidiana povertà al Dio delle provvidenza, è contemplare un mistero che ci ha profondamente avvolti, interiormente conquistati, gridando a Dio la nostra povertà. Non diciamo mai che non ne siamo degni perché correremmo il rischio di rinchiuderci in noi stessi.

Siamo poveri nella gratuità dell'amore trinitario.

Gridiamo la nostra fede e allora quando la nostra esperienza di fede diventerà un gridare Gesù ci dirà “la tua fede ti ha salvato”. E' il mistero che accogliamo nel “corpo e sangue del Signore”!

Chiediamo al Signore di entrare in questa vita interiore così come l'ha vissuta questa donna cananea e allora al nostro sguardo si aprirà quell'eternità beata, meta della nostra esistenza quotidiana. Ogni uomo che vive tali sentimenti entra giorno per giorno in quella luminosità divina in cui la Madonna è stata assunta. Camminiamo così, con tanta fiducia, e lo Spirito Santo, nonostante noi, farà meraviglie perché accostandoci a lui con il coraggio del cuore la nostra vita sarà radicalmente rinnovata nella speranza.
 
 
 
 
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martedì 15 agosto 2017

Assunzione della beata vergine Maria - Messa del giorno- Solennità – (ANNO A)

Ap 11,19; 12,1-6.10        1Cor 15,20-26       Lc 1,39-56
OMELIA
Il discepolo è chiamato a vivere continuamente in relazione con il Maestro e questa intensa relazionalità si ritraduce nel condividere giorno per giorno il suo mistero che è un mistero di esaltazione gloriosa come l'apostolo Paolo ci ha detto nella seconda lettura. Il Cristo, dimorando in noi, ci trasfigura progressivamente perché possiamo giungere alla immedesimazione del mistero della luce eterna. Questa intensa e viva contemplazione del mistero del Risorto costituisce il fondamento reale del mistero odierno. E' molto bello come la liturgia bizantina chiami questa solennità come Pasqua di Maria Santissima. Essa rappresenta la conclusione dell'anno liturgico, poiché rappresenta il compimento della divinizzazione della creatura umana: è la grande finalità della storia della salvezza.

La festa odierna della assunzione di Maria Santissima in corpo e anima risolve un interrogativo che tante volte emerge nello spirito dell'uomo contemporaneo: che sarà la nostra vita domani?

Nella fede sappiamo che il Cristo è glorioso, e che è stato assunto alla gloria, ma noi ci poniamo l'interrogativo: quale sarà la meta della nostra esistenza storica ?

La glorificazione di Maria è il segno e la pregustazione della nostra glorificazione. Come Gesù è stato assunto in pienezza nella gloria del Padre, così anche noi, ad imitazione e analogia di Maria, saremo luminosi nella realtà del paradiso.

Una simile verità che ci illumina diventa uno stimolo a ritrovare quello che è il cammino che noi dobbiamo percorrere per raggiungere tale luminosità ed è il cammino il credere. È la beatitudine che Elisabetta ha formulato nel brano evangelico che abbiamo ascoltato: “e beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

La bellezza dell'esperienza della gloria è legata al credere.

Quando entriamo nell'esperienza della fede, dobbiamo fare una distinzione che l'evangelista Luca molto bene mette in luce nel mistero dell'annunciazione: una cosa è la fede, una cosa è il credere. La beatitudine di Maria è legata al credere.

Se guardiamo attentamente, il mistero di Maria si colloca su due piani l'uno legato all'altro.

Innanzitutto la fede, che è nient'altro che spalancare la propria esistenza ad una presenza, è la gratuità di Dio che si comunica all'uomo che è una persona totalmente aperta a Dio. E' l'immagine molto bella di Luca quando afferma nel racconto dell'annunciazione: l'angelo “entrò da lei”. È la purezza di cuore che spalanca tutta la propria personalità all'invadenza di Dio. Noi qualche volta dimentichiamo la corporeità di Maria che in quel spalancare la sua personalità all'evento si lascia penetrare dalla creatività divina. Infatti dobbiamo intendere quello spalancare se stessa a Dio come un permettere a Dio di agire liberamente e questo atteggiamento di apertura determina tutta la ricchezza della sua persona: intelligenza, volontà, cuore, sensibilità, è tutta la personalità che viene invasa da una luce incomparabile. La bellezza della fede è questa esperienza gratuita dell'agire creativo di Dio che invade la persona di Maria tutta attenta al mistero. La fede è nient'altro che questo atteggiamento interiore di apertura dell'uomo davanti al darsi di Dio, un'apertura di tutto l'uomo.

Questo atto della gratuità di Dio che ci fa sperimentare la fede deve diventare il credere. Il testo evangelico che abbiamo ascoltato è sostanzialmente lo stesso che l'evangelista Luca pone sulle labbra di Maria al termine del Vangelo dell'annunciazione: “ecco sono la serva del Signore avvenga di me quello che tu hai detto." che appunto è simile a " e beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Il credere si incarna nella consegna di tutte le proprie facoltà al mistero di Dio, alla sua libertà creatrice e trasfigurante. Se la fede è il cuore che si apre, il credere è collocare noi stessi con tutta la nostra identità nel mistero di Dio.  Quando l'uomo colloca tutto se stesso nel mistero di Dio e nel suo disegno di salvezza, l'uomo, nella sua personalità viene pienamente trasfigurato.

La bellezza della assunzione di Maria in tutta la sua personalità umana ci dice che la bellezza del credere è concretamente collocare la nostra esistenza nella potenza creatrice di Dio. Nel momento in cui collochiamo la nostra esistenza in questa potenza creatrice, ci accorgiamo che la gloria di Gesù, lentamente, si sviluppa in noi e ci rende partecipi della gloria futura. Infatti, quando moriremo, in quel momento si svilupperanno tutte quelle caratteristiche che abbiamo percepito nella figura di Maria: davanti al venire di Dio noi ci apriremo pienamente e definitivamente alla sua  chiamata gloriosa, come pure sarà stata tutta la nostra esistenza. La fecondità della nostra storia dovrebbe essere tutta costruita nella fede. Ci accorgeremmo allora che la volontà attiva di aprirci a Dio non sarà altro che spalancare la nostra identità a questa luminosità di Dio che invade la nostra esistenza. Nell'atto in cui moriremo diremo “eccomi sono eternamente nelle tue mani” e in questo avremo il compimento del cammino proprio del credere!

Se noi riuscissimo a intuire questo dinamismo all'interno della nostra esistenza, ci accorgeremmo come la nostra persona verrà progressivamente trasfigurata. Nel momento in cui moriremo lasceremo qui i segni della nostra corporeità, che è la nostra fisicità storica, e la nostra corporeità sarà tutta immersa in una luminosità eterna dove, come Maria, canteremo eternamente la bellezza della luce. Qui scopriamo la convinzione teologale che il cristiano continuamente coniuga nella sua vita l'apertura del cuore e l'atteggiamento obbedienziale al mistero di Dio e in questo atteggiamento obbedienziale avviene alla nostra trasfigurazione. Potremmo addirittura affermare che più viviamo, più cresce noi questa trasfigurazione in Gesù; più viviamo più pregustiamo questo incontro glorioso che rappresenta il desiderio dei nostri desideri. In quel momento il desiderio sarà appagato! E quando il desiderio sarà appagato, nella gloria del paradiso, come la Madonna, canteremo eternamente in una danza inesauribile che sarà l'eternità beata.

La festa di oggi è una festa che ci rincuora nella speranza; davanti al dramma dell'uomo contemporaneo che ha paura di guardare in alto. Nella fede sappiamo che il Signore ci invade in ogni frammento di vita e, nel credere, ci consegniamo a lui. La bellezza dell'oggi non è altro che respirare l'eterno anche nello smog del mondo contemporaneo. La bellezza del credere è la bellezza di respirare, è la bellezza di non essere schiacciati dai contesti culturali odierni per poterci collocare in un disegno di eternità beata. Usando la bella espressione di Paolo: “passare di luce in luce, di gloria in gloria” fin quando giungerà il momento del morire e allora si spalancheranno gli orizzonti della eternità beata e questa sarà la pienezza della nostra vita. Non è quello che stiamo celebrando?

Cos'è l'eucaristia?

Potremmo definire l'eucaristia con una immagine cara ai padri siriaci i quali dicevano: quando "tu vai all'eucaristia il Risorto ti prende per mano, ti introduce nel giardino del paradiso terrestre e ti fa accostare al frutto dell'albero della vita e ti farà godere la comunione eterna con Dio!". La grandezza del celebrare l'eucarestia, specie nel momento in cui ci accostiamo sacramentalmente e nella fede al corpo e al sangue del Signore, con il Signore potremo per grazia gustare questo frutto di gloria eterna. E' il Signore stesso che fa della nostra vita un mistero di gloria infinita. Questa sia la speranza che vogliamo portare a casa in modo che quanto più ci accostiamo a Gesù, tanto più questi orizzonti infiniti si dilateranno; quanto più ci accosteremo all'eucaristia, più la bellezza del Cristo opererà in noi in modo che potremo accedere in quel si finale nelle mani del Padre a quella visione gloriosa che sarà l'eternità beata e che ci avvolgerà per sempre.
 
 
 
 
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domenica 13 agosto 2017

XIX DOMENICA T.O. – (ANNO A)

1 Re 19,9. 11-13                Rm 9,1-5      Mt 14,22-33
OMELIA
L'evento misterioso della trasfigurazione ci ha orientati verso quel mistero di luminosità e di gloria che è la meta della nostra esistenza e nello stesso tempo ci ha offerto il coraggio per camminare in vista di questa meravigliosa esperienza.

Questo cammino presuppone la quotidiana scelta radicale di Gesù.

Gesù è la luce che guida e illumina i nostri passi, ma nello stesso tempo l'uomo, nel profondo della sua storia, lentamente deve orientare a Gesù la propria esistenza. Questo è un valore fondamentale da cui non dobbiamo mai recedere perché il volto di Gesù è il senso della vita e la potenza della nostra tensione verso la pienezza della gloria.  Di questo evento ci  parla molto bene l'evangelista Matteo in quel particolare, tutto suo: Gesù cammina sulle acque. Qual è stato il motivo per cui l'evangelista Matteo ha inserito questo episodio di Gesù che cammina sulle acque e della difficoltà di Pietro che dopo aver anch’egli camminato sulle acque comincia ad affondare?

La motivazione è il clima della Chiesa antica che lentamente si allontanava dal fascino di Gesù. Se guardiamo attentamente l'episodio, e, attraverso il linguaggio che usa l'evangelista, ci accorgiamo che lo stesso evento della risurrezione risultava molto problematico.

Davanti alle difficoltà in cui essa si trovava nelle dispute con il mondo giudaico, nella ricerca di un dialogo con la cultura di allora, la comunità cristiana lentamente dimenticava il volto di Gesù e l'evento centrale della sua morte-risurrezione. Allora intuiamo come l'evangelista Matteo voglia condurci a riscoprire la bellezza della conoscenza di Gesù come unico criterio di vita, facendo nostro il suo mistero di amore. La storia in tutta la sua complessità può essere autenticamente vissuta quanto più lo sguardo è rivolto a lui. Amare Gesù, entrare nel suo mistero, vuol dire crescere in una relazione, desiderare  una relazione che costruisce, che edifica, che esalta, che dà il coraggio dell'impossibile, è lo sguardo del cuore tutto rivolto a Gesù. Il dramma della Chiesa e di ognuno di noi è di lasciarsi prendere dal vento che soffia forte: essere drammaticamente determinati dai contesti storici nei quali, in un modo o in un altro, possiamo cadere.

Se vogliamo veramente giungere al grande evento della trasfigurazione dobbiamo continuamente avere lo sguardo trasfigurato in Gesù.

Davanti a questo grande orizzonte nasce in noi la domanda: come noi possiamo, veramente, entrare in questa intimità trasfigurante di Gesù vivendo una relazione che rafforzi il coraggio della vita e ci permetta di leggere anche le povertà, le assenze, il non sentire niente per camminare direttamente verso Gesù?

C'è una parola che dovremmo riscoprire e che è l'anima di questo quotidiano esercizio di relazione con Gesù ed è un desiderio ricco di silenzio. Due parole che l'uomo contemporaneo lentamente sta dimenticando nel trambusto del quotidiano e che solo recuperandole l'uomo ritrova se stesso.

Innanzitutto il desiderio.

È molto bello rileggere il brano della storia di Elia e chiederci come abbia fatto Elia a giungere sul monte dell’Oreb e a percepire Dio nell'alito della persona amata. Seguendone la storia intuiamo che Elia è riuscito in questo suo grande intendimento dilatando il desiderio del volto di Dio: l'uomo è il suo desiderare!

E il desiderio ha un orizzonte infinito.

Il desiderio non è mai appagato perché se il desiderio fosse appagato ci fermeremmo; il desiderio è la capacità di andare al di là di tutto, è tendere verso qualcosa che ci affascina sempre di più: è aprirci su un Infinito che ci attira all'infinito.

Le povertà della storia, le eredità della vita, il non senso tante volte del concreto riescono ad essere risolti, come problemi, attraverso il desiderio.

Il secondo aspetto è il valore purificante del silenzio interiore.

Un desiderio che diventa silenzio rappresenta una meravigliosa apertura sull'assoluto. Il silenzio è il luogo nel quale Dio, lentamente, ci conquista, ci affascina e ci proietta continuamente in avanti. E allora gustiamo una presenza, una presenza che entrando in noi determina il nostro modo di vivere, il nostro modo di amare, di pensare, ci introduce in quella sapienza che è il desiderio del volto di Dio. È una verità, questa, che dovremmo lentamente acquisire nella nostra esistenza perché l'affanno della vita rovina il desiderio, per cui, come Pietro lentamente andiamo a fondo.

Il desiderio di Gesù, in una attenzione carica di accoglienza in un silenzio del cuore innamorato, ci fa camminare sulle acque e non ci fa mai affondare. L'esempio di Elia è significativo. Elia, in quei 40 giorni e 40 notti nei quali ha camminato per giungere al Monte dell’Oreb è nient'altro che la sua storia che lentamente lo purifica da quelle scorie concrete per dilatare la purezza del desiderio che è giungere a vedere il Signore nell'alito del respiro trasfigurante di Dio che lo ha ricaricato nella speranza apostolica. Se noi riuscissimo veramente a intuire questa verità, la nostra vita sarebbe regalare solo Gesù perché quando noi veniamo affascinati da qualcosa che determina la nostra vita non possiamo non condividerla. Ecco perché Paolo ci ha detto che vorrebbe anche essere scomunicato pur di regalare ai suoi corregionali la pienezza di quei doni di cui Dio li aveva arricchiti. Il volto del Signore è condividere un desiderio proiettato in avanti. Allora intuiamo come il cammino della vita sia un fascino continuo.

In questo cammino non dobbiamo lasciarci bloccare dai nostri stati d'animo, lasciarci bloccare da quello, diciamo, che è qualcosa che ci fa soffrire. Andare in profondità è un essere purificati per un desiderio più grande: il volto di Gesù.

Allora penso che al mattino quando ci svegliamo dovremmo orientare la nostra esistenza. Ben sappiamo che lungo il cammino della giornata anche noi come Pietro andremo un po' fondo qualche volta, ma non dobbiamo temere, abbiamo la mano di Gesù che ci sorregge, ci rimprovera, ma ci stimola anche e ci riporta sulla barca e riportandoci sulla barca il vento cessa; dovremmo riuscire a ritrovare questo gusto di lasciarci prendere la mano da Gesù che ci rende partecipi della sua risurrezione in modo da camminare nella serenità dello spirito. Quando amiamo veramente una persona, questa persona è l'oggetto del cuore, della mente e di tutta la sensibilità così anche con Gesù, possiamo giungere come Elia a gustare il respiro di Dio in un'intensa intimità trasfigurante.

È' il mistero eucaristico che stiamo celebrando. Se guardiamo attentamente il nostro accostarsi all'eucaristia, ci accorgiamo come esso sia l'espressione del nostro camminare sulle acque. In certo qual modo il cammino che noi faremo tra poco per giungere all'altare non è altro che Pietro che cammina sulle acque. Allora, come Pietro che cammina sulle acque, il nostro camminare è determinato dallo sguardo di Gesù. Non guardiamo i nostri fallimenti, non guardiamo le nostre povertà, non guardiamo alle nostre paure, lì c’è  il Signore che anche a noi dice: vieni! E allora lui ci darà il suo corpo, il suo sangue, ci ricollocherà nella barca facendoci gustare la novità della sua risurrezione, e ci darà la speranza per camminare nella vita nonostante tutte le nostre povertà. Lasciamoci affascinare da Gesù, camminiamo in una novità di vita autentica e saremo veramente contenti, nonostante le aridità, le croci e le povertà del quotidiano. Questo desiderio del volto di Gesù non  ci venga mai meno, mentre siamo in cammino verso la gloria.
 
 
 
 
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