19 novembre 2017

XXXIII DOMENICA T.O. - (ANNO A)


Pr 31,10-13. 19-20. 30-31           1 Ts 5,1-6     Mt 25,14-30

OMELIA

La nostra esistenza è un cammino quotidiano verso la pienezza della gloria. Il cristiano nato dalla Luce che è Cristo Gesù avverte in se stesso la vocazione di giungere alla pienezza della Luce che è il mistero della glorificazione eterna, nella gloriosa comunione con tutti i fratelli nella Gerusalemme del cielo.

Per giungere a questa meta, oggi Gesù ci pone dinanzi quello che dovrebbe essere lo stile evangelico che ogni discepolo e di riflesso ogni uomo, dovrebbe assumere nella propria esistenza. A tale riguardo infatti la parabola che abbiamo udita ci è di grande utilità e noi la potremmo leggere in tre passaggi che ci possono aiutare a comprendere il cammino che siamo chiamati a percorrere:

- l'atto del Padre che ci regala il Figlio,

- l'esperienza del discepolo che accoglie il dono meditandolo continuamente nell'esperienza della sua vita,

- la fecondità della riconoscenza che ci trasfigura nel Mistero.

Questi tre passaggi dovrebbero illuminare la nostra esistenza e farci pregustare quell'eternità beata che è il desiderio di ogni nostro desiderio.

Innanzitutto Dio Padre ci regala i talenti, che non sono altro che la persona di Gesù e il mistero che avvolge tutta la sua esistenza. Un simile mistero viene regalato alla originalità di ciascuno di noi perché ognuno di noi, nel suo stile personale, possa dilatare questo dono. Nell'immagine del dono dei talenti vediamo l'atto del Padre che ci regala il Figlio. E’ il Padre che ci regala la Parola che illumina e guida l'umanità; è il Padre che ci regala la gioia d'essere rivestiti di quell'amore inesauribile che è la speranza e il coraggio della vita; in ultima analisi è il Padre che regala nel Figlio tutto se stesso a ciascuno di noi. Di fronte ad una simile visione il cristiano dovrebbe entrare nella convinzione che la sua esistenza è un capolavoro della gratuità di Dio!

Questa verità dovrebbe in certo qual modo percorrere le nostre giornate e rendere feconda la nostra esistenza poiché nel momento in cui ci vediamo capolavoro del Padre che ci regala il Figlio, percepiamo chiaramente come nella nostra esistenza sia attiva questa azione della benevolenza divina che in noi compie meraviglie. E’ gustare l'ebbrezza spirituale d'essere dono!

Davanti a questa meravigliosa offerta dell'amore trinitario, il cristiano avverte nella propria esistenza l'esigenza di ruminare questi doni, di farli propri, di interiorizzarli per renderli vita della propria vita. Infatti come potremmo interpretare la parola del Vangelo riguardante il “trafficare i talenti” se non percepiamo giorno per giorno nel nostro cuore le meraviglie di Dio?

Il cristiano al mattino avverte il Cristo presente nella sua persona, si sente immerso in un mistero che è la bellezza e la fecondità della vita. Qui matura il volto del cristiano che meditando la gioia d'essere puro dono ha la gustazione di essere capolavoro trinitario. L'uomo di oggi, purtroppo, correndo continuamente nel costruire la propria esistenza, dimentica la gioia di avere il gusto della creatività di Dio.

Questo secondo elemento è fondamentale per costruire un'esistenza che avverta la presenza del dono divino.

Questa componente è mancata a chi ha ricevuto l'unico talento perché ha avuto “paura” nella fede di gustare questa creatività divina. Noi qualche volta siamo troppo presi dalle nostre paure e ci viene meno l'entusiasmo della vita, vista come “avventura”. I doni di Dio in tal caso diventano drammaticamente infecondi. Dio ama la libertà dell'uomo e desidera farla intervenire nel dialogo proprio della storia della salvezza.

Chi veramente entra in questa esperienza quotidiana in cui intensamente medita la bellezza di Dio vive di gratitudine.

Infatti cosa vuol dire il linguaggio della parabola: “chi ha avuto cinque talenti ne ha restituiti dieci, chi ne ha avuti due ne ha restituiti quattro” se non la fecondità della gratitudine?

L'uomo che sa costruire la sua esistenza dicendo sempre che “tutto è grazia” percepisce spontaneo il dire “grazie!”.

La gratitudine rappresenta il terreno della fecondità divina. Il cristiano quanto più entra nella profondità del mistero divino, tanto più non può non cantare la gratitudine, dove la gratitudine è nient'altro che la fecondità della meravigliosa presenza di Dio in noi.

La gratitudine è l'atteggiamento dell'uomo che preso dalla bellezza della sua esistenza ritrova la bellezza di dire al Signore la gioia di essere da lui amato in Gesù e nello Spirito Santo. Noi restituiamo a Dio, attraverso un ricco coinvolgimento personale e comunitario, quello che Dio ci regala. Il Padre ci regala il Figlio con tutta la bellezza del suo volto e noi sperimentiamo la ricchezza del suo mistero di amore, interiormente gustiamo questa presenza di Gesù in noi, Gesù diventa in noi colui che presenta al Padre l'entusiasmo della nostra riconoscenza. La gratitudine diventa ebbrezza interiore, commozione spirituale, emozione sensitiva davanti alla bellezza divina.

Se riuscissimo a costruire secondo questo schema la nostra esistenza, troveremmo quell'anima che è più forte delle oscurità, più forte delle tribolazioni, più forte dei momenti problematici della storia perché l'orientamento del cuore è accoglienza quotidiana d'essere capolavoro originale, dove ognuno di noi con le proprie personali caratteristiche glorifica la gioia d'essere un dono meraviglioso che ci proietta al di là del tempo e dello spazio!

Quando riuscissimo ad entrare nella convinzione che siamo un capolavoro originale, in quel momento, la vita assumerebbe tutta un'altra fisionomia, un altro orizzonte: diventeremmo veramente fecondi nello stile proprio del vangelo!

La fecondità si rivela allora come la storicità della gratitudine del cuore e quando l'uomo ha la gratitudine del cuore la vita è feconda perché comunica speranza, comunica sorriso, comunica il coraggio della vita, comunica la potenza di qualcosa che è più grande di noi e che è l'eternità beata. Una simile vivacità spirituale, momento per momento, accompagna la nostra vita! E’ quello che Paolo, in modo favoloso, ci ha detto nella seconda lettura “infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno”.

Chi è la luce se non il Cristo?

Cos'è il giorno se non il Divino che ci chiama in ogni frammento della nostra storia a camminare in novità di vita? Dovremmo qualche volta nelle problematicità del quotidiano far fiorire questa parola divina che ci rende luce che brilla nelle tenebre, contemplando Gesù, il grande dono del Padre.

Tante volte pensiamo ai talenti partendo dal nostro punto di vista, con una visione quantitativa; i talenti presentati dalla parabola si percepiscono dal punto di vista di Dio: essi sono l'espressione della gratuità favolosa di Dio. Quando l'uomo comincia a orientare la propria storia rileggendola in questo orizzonte, essa assume dimensioni e coordinate ben diverse.

Cos'è l'eucaristia che stiamo celebrando se non i talenti che questa mattina Gesù sta condividendo con noi?

Talento è il Cristo che il Padre ci regala in questo momento.

Talento è la parola che Gesù rivolge a ciascuno di noi.

Talenti sono quel pane e quel vino dove il mistero dell'amore si fa in pienezza storia perché, uscendo di chiesa, attraverso il vissuto quotidiano, con gratitudine restituiamo al Padre la gioia di essere il volto luminoso di Gesù. Per cui quando incontreremo il Signore che ci chiederà di restituirgli i talenti che ci ha regalato, noi in silenzio guarderemo il Padre, il Padre vedrà in noi il volto luminoso del suo Figlio e ci dirà: vieni nella gioia del tuo Signore!

La vita è diventare il volto luminoso di Gesù.

Entriamo in questa esperienza e allora non saremo quelle persone che trafficano continuamente, che è una forma di idolatria dell’io, per ritrovare il gusto di essere dono divino, per gustarne la presenza in quella gratitudine che ci rende fecondi di gloria divina.

Questa sia la speranza che potremmo portare a casa questa mattina per essere quelle creature nuove che già da ora pregustano il canto della gloria del paradiso.




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